Depeche Mode – Stadio Olimpico di Roma – 25 Giugno 2017 


Innanzitutto il luogo non aiuta.
Lo stadio Olimpico acusticamente non m’ha mai regalato grandi gioie. E per essere consistente, neanche questa volta.
A maggior ragione quando vai a vedere un gruppo il cui cantante ha già una voce bombata e rimbombante come Dave. Mi viene da pensare che potevano risparmiare gli effetti vocali, ma tant’è…

Detto ciò i DM sono un gruppo gigante e sintetico, un po’ come tutti gli effetti sentiti stasera. E’ stato come bere un Negroni versato 30 anni fa, dove si mischia una passione rossa, un’amarezza cupa e sensuale e una botta in testa.
Dave ha una padronanza del palco invidiabile, si muove sinuosamente ed è a mille, gli andava proprio sto concerto. Un po’ Freddie Mercury quando gioca con l’asta del microfono, un po’ Micheal Jackson quando si tiene il pacco.

Scaletta equilibrata, dove il vecchio (il sexy/gotico/sintetico anni 80) si mischia con il cd nuovo, da cui hanno tirato fuori dei pezzi assolutamente all’altezza del passato. Tutto aggiornato al 2017.

AMAREZZA (1/3 3 cl)
Buon inizio, acustica a parte, con Going Backwards: la voce si alza e ti ammazza subito “there’s nothing inside” riecheggia ripetutamente. Siamo morti.
Una chitarra che si interroga con So much love e cantiamo tutti “you can forsake me, try to break me, you can despise, demonize me… it satisfies me so.” Praticamente una versione electro pop di 50 sfumature di grigio, ma molto, mooolto più sensualmente doloroso. Ma da morto si può provare tutto sto dolore?
A pain that I’m used to. L’intro da disastro nucleare ti avvisa che il viaggio sta iniziando. Un breve calcolo dei tuoi peccati: saldo negativo. Cazzo, ma cosa ho fatto di così male? Chissenefrega. Hai quell’aria così strafottente mentre ti muovi sul palco.

Dall’album nuovo, passiamo ai vecchi: Corrupt e in In your room. Si tratta del girone sotto al nostro. Qui gli angeli sono caduti e si trascinano alcolizzati, Lucifero ci guarda dal basso. Ha le braccia aperte.

PASSIONE ROSSA (1/3 3 cl)
Cos’è quella luce? World in my eyes, A question of Lust e Home. Martin, come da album, canta la nostalgia di casa (e di quegli splendidi anni 80). Che emozione, un angelo in soccorso: non volevamo più mollarti. Siamo andati avanti a imitare il giro di chitarra per alcuni minuti, come un mantra.


Dura poco, perché rientra Dave: la luce era solo lava incandescente. Inizia a strapparci lentamente gli arti uno a uno. Non ce ne accorgiamo nemmeno. Poison Hearth, con il suo ritmo fintamente anni 50, cancella l’ultimo briciolo di speranza. “You know you’ve never been a friend, now we’re closer to the edge” e sul baratro ti affacci. Una via di uscita?
Inizia “Where’s the revolution”. Iniziamo a cadere.

BOTTA IN TESTA (1/3 3 cl)
Sbattiamo pesantemente sul fango, quando ci rendiamo conto che qualcosa deve essere andato storto. O forse nel verso giusto. Dave sta a mille, parte a cantare Wrong e passa a Everything counts. In un attimo indossiamo giacche di paillettes con le spalline. Movenze più da ghostbusters che da ballerini. Ma che ce frega, siamo appena scampati alla dannazione eterna, Daje!



Un minuto di intro e come per magia Enjoy the silence: mai come ora “Words are very unnecessary”. Riferirò solamente che v’è partita la ciavatta e avete iniziare a elettrocheggiare a manetta. Gesù che esperienza. Parte Never let me down again: Siamo saliti al piano superiore senza passare per il purgatorio!


Somebody: pianoforte e voce di Martin, che oltre a cantare da dio, fa dei controcanti da brivido. Ci perdiamo ad un certo punto, rapiti dal video di un ragazzo sudamericano che si prepara per la serata. Si pettina dei capelli sani e verdi, si trucca con cura e indossa delle scarpe altissime. Ora ho capito perché continuavi a chiederci “Try walking in my shoes”

E’ ufficiale, siamo in paradiso, perché becchiamo David Bowie e inizi a cantare Heroes. Cantiamo tutti in coro, non riuscendoci. Sebbene fossimo migliaia, non rimbombiamo come te. I will be king, e riemerge nella mente il tuo cammino vestito da re per lande desolate e immerse nella natura.


Poi arriva lei, la mia. Inizia il riff di chitarra e si sciolgono le gambe. I Feel you. A quindi c’è un piano più in alto del precedente? Quel riff. I Feel you. Dall’inizio alla fine. I Feel you. Martin che fa il ritornello. I Feel you. Babilonia e l’oblivio. I Feel you.


E poi lo sai. Lo sai perfettamente che noi siamo qui in adorazione e in attesa. Anche Marilyn Manson lo sapeva quando ha deciso di farne una cover. Perché ora sei dio, o forse suo figlio. E con Personal Jesus ti scateni.
Grazie.
Reach out and touch faith.

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