“What are you afraid of?” – Melancholia

Di cosa avete paura?

Se volete evitare di rispondere alla domanda, non c’è problema, ascoltate “what are you afraid of?”. Di paure ne troverete così tante, da poter dimenticare le vostre:

Quella fredda e umida di una cella. Le pareti sono beige sudice con le imbottiture di pelle. Hai sbattuto così tante volte la testa, nella speranza di farti uscire il cervello da un orecchio o dal naso. Non c’è una porta e uno schermo chiacchiera citando solamente dei numeri in maniera casuale, almeno a te sembra. Ogni tanto fai dei giri bellissimi sugli arcobaleni, a cavallo di un mini pony con le criniere colorate. Ti piace volare tra le nuvole e il mare, senti l’aria fredda sbatterti in faccia. Poi c’è sempre qualcosa che non va: inizi a sentire caldissimo e si scioglie il tuo corno, insieme all’arcobaleno che ti sorregge. Cadi e ti risvegli nella cella. Hai sbattuto la testa fortissimo, di cervello nessuna traccia: purtroppo sei ancora vivo e pure pieno di lividi.
E’ la paura di essere diverso e non essere capiti.

RANT
T.R.A.P.P.E.D.
I’m giving up

Quella di quando sei da solo in camera e hai lasciato la porta aperta: sai perfettamente che da un momento all’altro, mentre cerchi di dormire, lei striscia arrampicandosi sul letto, ti tocca i piedi, ti blocca la gola. Cerchi in qualche maniera di ricordarti qualcuno da chiamare. Ma per te è sempre troppo tardi, o non sei abbastanza importante. Lentamente ti rendi conto che l’ossigeno sta finendo, così come la tua misera esistenza. Della tua morte non se ne accorgerà nessuno: per cui, alla fine, nemmeno il disturbo di lottare per sopravvivere.
E’ la paura di essere soli. Anzi è essere soli e basta.

Leon
Cellar Door
Alone
Per alone ci vorrebbe un post a sé, perché anche solo per questo pezzo, i Melancholia dovrebbero essere ricordati per qualche decennio.

Quella che si contorce tipo un lombrico nella terra nera dissotterrata di un cadavere. Ti ritrovi pieno di sangue, con un corpo steso accanto di cui non sai nemmeno il nome. “Oddio mi daranno 20 anni almeno. Ma che ho fatto ieri sera? Giuro, non era mia intenzione.” Invece era proprio tua intenzione: sei una bestia di odio e cattiveria.
E’ la paura di sè stessi.

Mr. Murphy
Venom
Black Hole

Non sembra esserci una via d’uscita in questo album. Nessuna.
La voce di Benedetta riesce a trasmettere tutta quell’ansia, rimanendo però cristallina e innocente. Sembra un angelo caduto all’inferno: una Lucifero degli anni ’20. Gli arrangiamenti e i suoni sono mostruosamente azzeccati: dalle voci distorte ai carillon, Fabio e Filippo riescono a tradurre perfettamente gli stati d’animo di Benedetta: tra i videogiochi dell’orrore e una bambola assassina.

Ti senti meno solo quando ascolti quest’album: non sei l’unico ad avere tutta quella merda in testa. Uno pensa di infettare gli altri quando parla dei suoi dolori, per cui ti insegnano a sotterrarli nei meandri delle tue molteplici personalità. Fino a che un giorno, questi, hanno inondato tutti i tuoi lati e non c’è più nulla da salvare.
Ti fa venire la nausea e l’orrore di entrare in profondità di ogni tua piega, però Benedetta ti ci guida piano piano prendendoti per mano e accarezzandoti in testa. Ti aiuta ad affrontare tutti i i tuoi gironi infernali: scendi e scendi sempre più in profondità, fino ad incontrare il demone più grande, ovvero te stesso.

E’ un album da catarsi. Meglio di una sessione di psicoterapia (grazie!)

In realtà una via d’uscita c’è: “will you hear my prayers?”
Dobbiamo capire solo a chi sono rivolte.

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